Electa è una società di finanziamenti e prestiti che funziona da mediatore creditizio, partner dei più importanti player del mercato bancario e finanziario, ed è uno dei principali operatori nel mercato dei crediti personali in Italia. Conta oltre cento agenzie proprie e altrettante in franchising. Inoltre, è presente su tutto il territorio italiano.
Tra le sue proposte, electa offre per tutti un finanziamento veloce e sicuro, adatto alle proprie esigenze. Persino per studenti, casalinghe, lavoratori dipendenti o autonomi, cattivi pagatori, protestati o chi non può documentare il suo reddito, che Electa si impegna a trovare una soluzione finanziaria adeguata con preventivo gratuito. Chi sceglie di ricorrere a quest’istituto di credito,infatti, si ricordi che non deve sborsare un euro per il preventivo, e anzi diffidate da chi vi chiede anche un minimo rimborso. Coloro che vedranno accettata la richiesta di prestito, hanno la possibilità di scegliere importo e durata del finanziamento, fino a sette anni e per una cifra massima di 30.000 euro. Flessibilità è la parola d’ordine: il sottoscrivente può decidere di saltare o abbassare una sola rata per anno, tenendo presente il TAEG (cioè il tasso annuo effettivo globale) e che la cifra non restituita non sarà certo decurtata dalla somma finale. Electa offre anche per i suoi sottoscriventi una carta di credito, ovvero la Carta Revolving, dove ogni mese sarà possibile ricaricare il credito.Come per tutti i mediatori creditizi, vale la regola che questi ricevono una percentuale, o meglio una provvigione, dalle finanziarie con cui sono in contatto. Per questo, i clienti non devono pagarne: monito da tenere a mente per evitare qualsiasi intoppo.
Gli italiani si stanno trasformando sempre più in formiche: sulla base annua, i dati di marzo mostrano che nel nostro paese si tiene sempre di più la mano sul portafogli…per non tirarlo mai fuori delle tasche. I consumi di marzo, infatti, sono scesi sensibilmente, 1,7%, ma è un dato in ogni caso indicativo della tendenza al risparmio. Secondo la Confcommercio, però, questo è un dato preoccupante, anzi: indica che i consumi non sono mai stati così bassi negli ultimi tre anni. Si confermerebbe così la crisi profonda che affligge i consumatori, che così abbattono la domanda di merci e servizi. I dati più allarmanti provengono da alcuni settori che stanno subendo un calo a dir poco vertiginoso: meno 14,8% per il settore mobilità e ovviamente per il settore agricolo, data l’impennata di prezzi di grano e farina, potenzialmente riconvertibili per il biodiesel. Pane e pasta calano rispettivamente del 3,5% e 1,8%; al loro calo, ovviamente, non consegue anche una diminuzione dei prezzi che non vedono mai un termine per salire: c’è un aumento del 13% e del 18%, tanto che i prezzi del settore alimentare hanno superato il tetto dell’inflazione attestandosi al 5%. Un lieve aumento invece viene registrato dal settore delle comunicazione, +9,8% e a sorpresa da un settore “frivolo” come quello della cura di sé, +3,3%. Come a dire, rinunciamo a tutto tranne che alla crema idratante. Possiamo ancora sperare nelle esportazioni, che attirano sempre e sono in aumento: merito di una solida identità di marca e prodotti che fanno sentire il sapore della qualità per i prodotti “made in italy”.
Che non sia un bel momento per le grandi banche svizzere, è un fatto chiaro. I due maggiori istituti, Ubs e Credit Suisse, sono stati colpiti duramente dalla crisi dei subprime Usa e nel primo trimestre 2008 registrano svalutazioni, perdite, tagli agli organici. Segno dei tempi, la stessa Banca nazionale svizzera ha chiuso in rosso i primi tre mesi, anche se in questo caso i mutui a rischio americani non c'entrano, sono piuttosto le dimensioni del rafforzamento del franco ad aver giocato un brutto scherzo all'istituto centrale elvetico.
Ubs e Credit Suisse stanno cercando il rilancio, la prima ha anche cambiato il vertice, facendo uscire Marcel Ospel e affidando la presidenza del cda a Peter Kurer, affiancato dal vice presidente non esecutivo Sergio Marchionne. Entrambe le due big elvetiche tentano di trarre lezione dagli errori compiuti, ridando centralità alla tradizionale e redditizia gestione di patrimoni e riducendo invece le attività di investment banking ed i rischi ad esse legati. Intanto devono affrontare un 2008 in vario modo segnato dall'onda lunga dei subprime.
La Borsa segnala che una parte degli operatori e degli analisti ritiene che la crisi delle due grandi banche sia nella seconda parte del tunnel, che l'uscita sia forse meno lontana. Il titolo Ubs in marzo ha toccato i minimi, a 25 franchi, ed ora è attorno ai 37 franchi. Certo, siamo ben lontani dagli 80 franchi di un anno fa, ma una ripresina c'è. Stesso discorso per il Credit Suisse: i minimi del mese scorso erano a 45 franchi, ora la quotazione è attorno ai 58 franchi, contro i circa 90 franchi di dodici mesi fa. La risalita potrebbe continuare, a patto che non vi siano altre brutte sorprese con le svalutazioni dovute ai mutui Usa.
Per l'intero Sistema-Svizzera le perdite dei due giganti bancari, con il corollario del rosso Bns, sono state uno choc. L'economia elvetica subisce un danno, anche se le cifre mostrano una sua buona resistenza. E poi, c'è il danno all'immagine della piazza elvetica, capitale bancaria. A parziale consolazione vi è il buon andamento di molte banche svizzere medie e piccole, le cui attività sono rimaste centrate proprio sulla gestione di patrimoni (private banking). Per Ubs e Credit Suisse ora c'è la sfida della risalita, per i loro conti ed anche un po' per la Svizzera.
fonte: il Sole 24 Ore
Per la prima volta nella storia, l’automobilista italiano rischia di pagare più caro (a seconda dei distributori che sceglie) un litro di diesel che uno di benzina. Il carburante diesel dei gestori Agip e Tamoil ha un prezzo consigliato di 1,438 euro per il rifornimento con servizio, mentre la «verde» della Erg a parità di condizioni costa 1,434 euro. Per chiarire: presso ogni singola rete il gasolio resta di un soffio davanti alla benzina, ma il confronto incrociato fra listini può portare a sorprese come quella appena riferita. Ed è la prima volta che le cose stanno così. Il vantaggio economico delle auto diesel su quelle a benzina era sempre stato netto, ma negli ultimi tempi si era fatto sottile e adesso è probabile che il parziale sorpasso di ieri si consolidi in un prezzo del gasolio stabilmente più alto. Secondo i petrolieri (ma anche nel giudizio degli analisti del settore) questa evoluzione è giustificata da questioni di raffinazione e dalla divergente evoluzione della richiesta dei due prodotti. Però nessuna ragione di mercato sembra giustificare che il prezzo industriale del gasolio (al netto delle tasse) non solo in Italia sia più elevato, ma si faccia col tempo sempre più caro rispetto alla media dell’Europa.
Questa pesante anomalia, che va a scapito dei consumatori, emerge dai dati del ministero dello Sviluppo economico: la differenza fra un litro di carburante in Italia e quello medio dell’Europa a 27 ha toccato nuovi massimi a 5,6 centesimi al litro. Non c’era mai stato un tale stacco a svantaggio del consumatore italiano. Molto alto anche il differenziale fra Italia e Ue sulla benzina, pari a circa 4 centesimi. Ovviamente le auto diesel possono conservare ancora un margine di economicità rispetto a quelle a benzina perché i motori a gasolio consumano meno per chilometro. Secondo l’associazione Federconsumatori in questi giorni di ponte festivo chi si è messo in viaggio spenderà 2 euro in più per fare il pieno. In assoluto può sembrare una cifra modesta, ma se si considera che l’ulteriore aumento dei carburanti va a gravare su listini già carissimi il salasso è evidente. Valutando in 3 milioni le auto che fanno spostamenti extra per questa breve vacanza di stagione la Federconsumatori calcola una spesa supplementare complessiva di 6 milioni di euro. L’associazione denuncia che «grazie al forte apprezzamento dell’euro sul dollaro, oggi i prezzi della benzina dovrebbero oscillare attorno a 1,40 euro litro, e per il gasolio dovrebbero essere ancora più bassi». Confrontando questi numeri coi prezzi reali, Federconsumatori denuncia «guadagni speculativi di almeno 4-5 cent al litro».Dall’estero arrivano notizie cattive. Ieri in Nigeria i ribelli del Delta del Niger hanno fatto saltare, o comunque gravemente danneggiato, tre pozzi di petrolio gestiti dalla Shell. È il quinto attacco del genere subìto dalla compagnia anglo-olandese nel Paese africano nelle ultime settimane. Di conseguenza la Shell ha sospeso una parte delle attività di estrazione nella zona. C’è da scommettere che gli speculatori ne approfitteranno per nuovi rincari del barile.
fonte: La stampa
Nuove regole per gli assegni: dal 30 aprile, scattano le norme anti – truffa e anti – falso, che inaspriranno l’attuale modalità e regolamentazione sugli assegni. le regole sono imposte dal Decreto legislativo 231/2007 in materia di antiriciclaggio nell'uso di contanti, assegni e libretti di risparmio per evitare truffe e finanziamenti anche al terrorismo. Cosa comprendono queste nuove disposizioni? Si riduce da 12.500 a 5mila euro la soglia di trasferimento di denaro contante, libretti di deposito bancari o postali o di titoli al portatore. Non sarà più possibile emettere assegni, sia bancari che postali, per importi fino a 5mila euro senza che sia apposta sul titolo l'indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario e la clausola di “non trasferibilità”. Dal 30 aprile comunque tutti i libretti saranno già provvisti della clausola di non trasferibilità e potranno essere presentati per l'incasso soltanto verso il beneficiario. Rimane inalterata la possibilità di richiedere l'emissione di assegni in forma libera, ma la richiesta deve pervenire alla banca in forma scritta per importi inferiori a 5mila euro. La richiesta di assegni in forma libera ha per conseguenza il pagamento da parte del richiedente di una somma di 1,50 euro per ogni assegno a titolo di imposta di bollo. Per i clienti che in tale data possiedono ancora carnet di assegni, è ancora possibile utilizzarli fino ad esaurirli, ma nel caso in cui il titolo riporti un importo fino a 5mila euro occorre indicare il nome e la ragione sociale del beneficiario oltre che la non trasferibilità”.
Nulla cambia invece per i beneficiari in possesso di assegni emessi prima del 30 aprile, dal momento che i titoli possono essere tranquillamente incassati anche in un secondo tempo. potranno essere oggetto di girata solamente gli assegni emessi in forma libera recanti un importo inferiore a 5mila euro. Su ogni “girata” dell’assegno dovrà essere riportato, pena la nullità dell’assegno, il codice fiscale del girante. Se il girante è una società, è indispensabile indicare il codice fiscale della società. Per poter riscuotere l’importo dell’assegno è indispensabile verificare che ogni girata abbia il codice fiscale, altrimenti l’importo non potrà essere versato e incassato. Gli assegni che hanno la dicitura “a me medesimo” potranno essere girati per l'incasso ad una banca o alle poste, poiché sono ritenuti titoli non trasferibili. Non c’è speranza per chi vuole fare il furbo: in caso che gli assegni abbiano un uso scorretto o illecito si prevede una sanzione amministrativa da pagare in moneta che varia dall'1 al 40% dell'importo trasferito. Le banche hanno assicurato la loro collaborazione, con l’affissione di manifesti e volantini negli istituti di credito che illustreranno ai clienti le novità. L’Associazione bancaria italiana ha stampato due milioni di brochure per spiegare la mini rivoluzione: saranno a disposizione della clientela nelle banche.
Un motivo in più per trasferirsi al nord dell’Italia? Potrebbe esserlo: il Sole 24 Ore ha infatti pubblicato una statistica sui tassi d’interesse rilevati in tutta Italia. Il risultato è incoraggiante per i “fortunati” che abitano al Nord. Lì, in tassi d’interesse per i prestiti sono più bassi che nel resto del Paese. La differenza non è abissale, ma si evince che Trento è la città meno costosa, con i tassi al 5,46%. Sotto la soglia del 6% anche altre città come Milano, Bologna, Firenze, Bolzano. Al sud invece la situazione è inversa, e con sorpresa nella Regione Calabria si hanno i tassi più elevati, sopra il 9%. La provincia più costosa appare quella di Cosenza, con il 9,32%, a seguire tutte le altre.
In particolare i chiarimenti forniti riguardano “l'allargamento dell'area degli sconti”. Sinteticamente:
'Siamo davvero in Europa?''. E' questa la domanda, decisamente provocatoria, che a partire da oggi, e per un intero mese, sfilerà sulle fiancate di 200 autobus dell'entroterra veneziano, ponendo sotto gli occhi di tutti la differenza fra il potere d'acquisto degli operai italiani e quello degli altri lavoratori europei.
Un messaggio chiaro e semplice. Un confronto di numeri, voluto da Unindustria Venezia, per evidenziare le difficoltà delle famiglie italiane e il grave problema del cuneo fiscale. ''Abbiamo voluto fortemente questa campagna - spiega Massimo Codato, vicepresidente Unindustria Venezia con delega PMI -. La problematica del cuneo fiscale in Italia ci rende un paese arretrato. È necessario insistere perché la politica porti un cambiamento reale a livello fiscale''.
Eccoli allora i numeri (la fonte dei dati è l'Ocse). Dal manifesto pubblicitario, si comprende chiaramente che a parità di costo per l'azienda, 2.400 € mensili, un operaio italiano percepisce al netto in busta paga 1.298 €, in Spagna il netto arriva a 1.466 € (ovvero +168 €), nel Regno Unito a 1.582 € (+284) e in Irlanda a 1.865 (+567). Rispetto ad altri Paesi come Spagna, Inghilterra, Danimarca e Irlanda, quindi, l’Italia possiede uno dei più bassi poteri d’acquisto dei lavoratori e delle famiglie con conseguenti ripercussioni nell’economia. Ma non solo. Il cuneo fiscale, ovvero la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall'impresa e la retribuzione netta che resta a disposizione del dipendente, è in percentuale uno dei più elevati in Europa.
''È un’iniziativa eccellente, che fa chiarezza su un tema complesso, rivolgendosi direttamente alla società civile - commenta Giuseppe Morandini, vice presidente Confindustria e presidente Piccola Industria – occorre saper coniugare le legittime aspettative dei nostri dipendenti di avere maggior reddito disponibile, con le necessità competitive delle aziende, soprattutto quelle di piccola dimensione, in un momento che definire difficile è un eufemismo. Negli ultimi dieci anni il costo del Lavoro per unità di prodotto (Clup) in Italia è cresciuto del 28%, in Francia del 16%, in Germania solo dello 0,1%. O accorciamo queste distanze, o non ce n’è per nessuno. Se almeno, a tante parole, fosse seguito qualche fatto concreto, tipo la detassazione degli straordinari e dei premi di risultato – conclude Morandini – avremmo già percorso un primo fondamentale tratto di strada nella direzione giusta''.
''Unindustria Venezia giustamente rende visibile una incongruenza tutta italiana: il costo del lavoro che è eccessivo - commenta Cesare Campa, esponenete del Pdl - Si dimostra oggi un errore tutto nostro: dobbiamo abbassare il costo del lavoro ed alzare la retribuzione ai lavoratori: sembra un paradosso ma non lo è, e noi abbiamo gia indicato la strada''.
''La tassazione sui salari è troppo alta ed è giusto ridurla - sottolinea l'esponente del Pd Tiziano Treu - Poi bisogna detassare i premi di produttività. Una delle differenze nostre dagli altri paesi è che noi abbiamo dei contributi pensionsitici alti, ma ridurli è piu difficile perché se riduciamo i contributi, riduciamo le pensioni. Qui bisogna stare attenti''.
La campagna di Unindustria Venezia partirà oggi dal capoluogo veneto, ma tutto è pronto perché a breve si estenda anche alle altre province della regione.
fonte : Adn Kronos
A partire dal 28 aprile si potrà presentare istanza per l’attribuzione del credito d’imposta per l’adozione di misure finalizzate a prevenire il rischio di comportamento di atti illeciti da parte di terzi. Infatti, con provvedimento datato 31 marzo 2008 da parte del direttore dell’agenzia delle Entrate, è stato approvato il modello IMS, con le relative istruzioni che da al via i finanziamenti per installare dispositivi per la sicurezza da parte di PMI, esercenti vendita al dettaglio ed altre attività.La Finanziaria 2008, in particolare, prevede la concessione per gli anni 2008, 2009 e 2010 di un credito d'imposta per le spese sostenute per l'acquisizione e l'installazione di impianti e attrezzature di sicurezza, inclusi i costi sostenuti per la diffusione degli strumenti di pagamento con moneta elettronica.Il credito d'imposta può essere richiesto da soggetti esercenti attività commerciali di vendita al dettaglio e all'ingrosso e attività di somministrazione di alimenti e bevande che rientrano nella definizione di piccole e medie imprese (PMI) secondo il decreto del ministro delle Attività produttive del 18 aprile 2005. Così come soggetti esercenti, esclusivamente o prevalentemente, attività di rivendita di generi di monopolio, operanti in base a concessione amministrativaPer le piccole e medie imprese commerciali, il credito d'imposta spetta in misura pari all'80% delle spese sostenute e, comunque, per un importo non superiore, nel triennio, a 3mila euro. Mentre per gli esercenti attività di rivendita di generi di monopolio, l'agevolazione spetta, per ciascuno degli anni 2008, 2009 e 2010, in misura pari all'80% delle spese sostenute e, comunque, entro il limite massimo di 1.000 euro.Per quanto riguarda le modalità il modello IMS dovrà essere presentato, per le istanze relative al 2008, a partire dalle 10 del 28 aprile 2008, esclusivamente in via telematica, utilizzando il software "CREDITOSICUREZZA", che sarà reso disponibile, gratuitamente, sul sito www.agenziaentrate.gov.it. a partire dal 15 aprile.L’esame delle istanze avverrà secondo l’ordine cronologico di presentazione; l’Agenzia si impegna a comunicare, telematicamente, ai richiedenti, nel termine di trenta giorni dalla data di presentazione dell’istanza, l’esito positivo o negativo della medesima. L’avvenuto esaurimento dei fondi sarà reso noto con apposito provvedimento che verrà pubblicato sul medesimo sito.Le istanze rifiutate per esaurimento delle risorse finanziaria acquisiscono titolo preferenziale per l’attribuzione del credito d’imposta negli anni successivi. In tal caso, non sarà necessario ripresentare le istanze, poiché quest’ultime parteciperanno automaticamente all’assegnazione dei fondi stanziati per il secondo e terzo anno.Qualora l’ammontare del credito, per quanto riguarda le spese sostenute nell’anno, superi il limite di 1.000 euro previsto, e per i soli rivenditori di generi di monopolio, questi stessi sono tenuti a presentare, per la parte eccedente, un’ulteriore istanza nell’anno successivo.
Che gli stipendi non siano al passo dell’inflazione e del costo della vita, è cosa nota. Non tutti però s’immaginano che queste difficoltà non appartengono sono alle “persone comuni”, ma sempre di più anche ai dirigenti. Gli stipendi non sono saliti nell’ultimo anno, a fronte invece dei prezzi che lievitano come il pane. Tasche sempre più vuote per tutti quindi, dopo un periodo in cui sembrava che finalmente le cose iniziassero a girare per il verso giusto. E la situazione è particolarmente critica al Sud Italia e per la popolazione attiva femminile. Questa è la fotografia che ci consegna l’IX Rapporto sulle Retribuzioni degli italiani 2008 realizzato dalla società di consulenza OD&M Consulting e che monitora il rapporto stipendi\inflazione dal 2003. I dati forniti dalla società ci dicono esattamente che, se l'inflazione è cresciuta dell'1,8%, gli stipendi dei dirigenti non hanno visto aumenti, mentre gli operai hanno avuto un lieve aumento dell'1,1%. Cifre contenute, che crescono lievemente se analizziamo gli stipendi di quadri e impiegati: nell'ultimo anno hanno guadagnato potere d’acquisto, e per entrambi la retribuzione è cresciuta del 2,5%. In particolare, negli stipendi dei quadri la parte fissa è aumentata del 3%, la variabile del 4,7%, per i dirigenti e gli impiegati la parte fissa è aumentata del 2,7%, quella variabile ha un calo del 6%. Solo che i prezzi dei beni ad alta frequenza di consumo sono aumentati del 2,9%, e nessuno si sente al sicuro. A tutto ciò si aggiunge la piaga del precariato, il miraggio di una pensione. La produttività in Italia non cresce ormai da troppo tempo, questo è il vero problema. E ogni categoria richiede tutele e ha necessità diverse; di conseguenza, qualsiasi intervento non riesce a dar ragione degli interessi di tutti. C’è poi da considerare che gli stipendi hanno ritmi diversi anche secondo il mercato e il territorio in cui agisce un'azienda. Le difficoltà maggiori si riscontrano appunto nel Mezzogiorno e in generale per la popolazione femminile. Parlando in cifre: le retribuzioni medie lorde annue nel 2007 sono state pari a 101.334 euro per i dirigenti; 50.346 euro per i quadri; 25.340 euro per gli impiegati; 21.484 euro per gli operai. A confronto con il 2006 le quattro categorie presentano variazioni molto differenziate, comprese tra lo 0% dei dirigenti e il +3,1% dei quadri. Nello stesso periodo l’inflazione, misurata dall’Istat, è stata del +1,8%. Hanno quindi avuto incrementi inferiori a quelli dei prezzi le retribuzioni dei dirigenti e degli operai (+1,1%). Hanno guadagnato potere d’acquisto invece le retribuzioni dei quadri e degli impiegati (+2,5%). Considerando tuttavia l’inflazione dei beni ad alta frequenza di consumo (+2,9% nell’ultimo anno), anche gli impiegati perdono potere d’acquisto.
Dal 2006 al 2007 l'indebitamento delle famiglie italiane è cresciuto del 9,2% accumulando mediamente un «rosso» di 15 mila 578 euro per mutui per la casa, prestiti per l'acquisto di beni mobili, crediti al consumo, finanziamenti per le ristrutturazioni. E gli incrementi impressionano ancor più quando si osserva la situazione dal 2002 - anno di entrata in vigore dell'euro - ad oggi. Le «sofferenze» sono cresciute del 91%. Lo rileva l'Ufficio Studi della Cgia di Mestre che ha svolto un'indagine sulle difficoltà economiche dei nuclei familiari del Paese. Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia, spiega che le città che si sono più indebitate nell'ultimo anno «sono quelle che registrano anche i livelli di reddito più elevati. Non è da escludere che tra questi vi siano anche delle famiglie appartenenti alle fasce sociali più deboli.
Tuttavia, appare evidente - aggiunge - che la forte esposizione in queste realtà, soprattutto a fronte di significativi investimenti nel settore immobiliare, ci deve preoccupare relativamente. Altra cosa - prosegue - è quando analizziamo la variazione di crescita dell'indebitamento registrato negli ultimi 5 anni. Nei primi posti abbiamo molte città del Sud. Ciò sta a significare che questo aumento è probabilmente legato al perdurare della crisi economica che ha indotto molte famiglie a ricorrere a prestiti bancari per affrontare questa difficile situazione». Roma registra il record dell'indebitamento per famiglia con 22.305,14 euro; seguita da Milano (21.115,29), Reggio Emilia (20.367,63), Prato (20.7,41), Lodi (19.871,28), Rimini (19.812,53). Ultime Vibo Valentia (6.861,15), Benevento (6.917,27), Reggio Calabria (7.72,30), Avellino (7.78,62), Isernia (7.182,73), Enna (7.185,26), Agrigento (7.631,83). Diversa la situazione, e quindi anche la geografia italiana, in relazione alle variazioni dei passivi nazionali provincia per provincia. In cima alla classifica c'è Prato dove l'aumento tra il 2006 e il 2007 è stato del 15% (contro il 9,2%); segue Genova (14,3%), poi Crotone (14,2 %), Napoli (14,1%), Brindisi (13,7%). Unico segnale positivo giunge da Bolzano dove è stata registrata una contrazione del debito per famiglia pari a 2,4%.
Dalla ricerca emerge infine che in un lustro le famiglie si sono indebitate del 91% in più. Con picchi a Napoli (+118,7% dal 2002 al 2007), Reggio Emilia (+118,6%), Piacenza (+114,2%), Caserta (+113,7%) e Chieti (+112,9 %). Meno pesante invece a Bolzano (+43,3%), Potenza (+48,2%), Matera (+50,9%), Verbano Cusio Ossola (+53,6%), Enna (+54,5%) e Messina (+55%).
fonte: Il Sole 24 Ore
Abolire le Province per tagliare i costi della politica, con un risparmio di 10,6 milioni di euro. E' la tesi lanciata dall'Eurispes in piena campagna elettorale. Nel solo 2006 - rileva l'istituto di ricerche - le Province hanno speso complessivamente 13 miliardi di euro, contro gli 11 di flussi finanziari in entrata ed i 2 di indebitamento. Di tali 13 miliardi il 18,3% sono spese per il lavoro dipendente, contro il 28,4% dei consumi intermedi, il 22,3% di investimenti fissi lordi ed il 31% di tutte le altre voci di spesa. Nell'ipotesi in cui il personale (62.778 tra dirigenti e impiegati), venisse re-impiegato in altre Amministrazioni o Istituzioni locali, l'abolizione delle Province consentirebbe appunto - calcola l'Eurispes -, un risparmio complessivo di 10,6 mld nel 2006, dal momento che verrebbero meno tutte le altre voci di spesa. Una scelta radicale, l'abolizione delle Province, che l'Eurispes propone alla luce, fra l'altro, del loro crescente indebitamento tra il 2000 e il 2006, totalmente imputabile, escluso il 2006, "alle inefficienze nella gestione in conto capitale", e del fatto che il maggiore bisogno finanziario è dato dai consumi finali (redditi da lavoro, consumi intermedi e ammortamenti), il 78% della spesa corrente del 2006.
fonte: Rai News 24