Le rate dei mutui crescono, fino a toccare un plus di 380 euro al mese. Cifre da capogiro per le oltre 3 milioni di famiglie che in Italia hanno acceso un mutuo a tasso variabile. Due delle più importanti associazioni dei consumatori, Federconsumatori e Adusbef (Associazione difesa consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi), infatti, hanno calcolato i rincari che hanno dovuto sostenere gli italiani negli ultimi anni. Così negli ultimi tre anni, riferiscono le due associazioni, le rate sono aumentate in media di oltre 150 euro per un mutuo decennale di 100 mila euro ad esempio (il che significa quasi 2 mila euro all'anno!), e di quasi 400 euro per un mutuo trentennale di 200 mila euro (con un rincaro che supera i 4 mila e 500 euro annui...). Ma le due associazioni ce l'hanno con le banche ritenute colpevoli principali di tale situazione, a causa delle proprie speculazioni fatte sull'indice europeo Euribor in base al quale vengono calcolati i tassi variabili trimestrali. Federconsumatori e Adusbef, in particolare, segnalano come da una parte le banche centrali "nel tentativo di arginare la grave crisi finanziaria globale hanno tagliato di mezzo punto il costo del denaro, portando il tasso di riferimento Bce al 3,75%, il cartello bancario europeo, peggio dei petrolieri, manovra a proprio piacimento i tassi Euribor" in questo modo fissando in maniera arbitraria al 5,38% quello a tre mesi e al 5,12% quello ad un mese, facendoli così scendere "solo di un impercettibile 0,1% rispetto ai precedenti 5,39% e 5,13%" con un differenziale "di 1,63 punti, quando nel 2005 il differenziale tra tassi Bce ed Euribor a tre mesi era invece di 0,192 punti". Così Adusbef e Federconsumatori "chiedono un urgente e deciso intervento delle silenti autorità vigilanti e dei governi" affinché si possa mettere fine "ad uno scandalo che mette in ginocchio 3,2 milioni di famiglie italiane indebitate a tasso variabile che rischiano il pignoramento e le esecuzioni immobiliari”. Denunciando altresì come insopportabili i decreti salva-banche.
Ma se i mutui crescono, il prezzo delle case calano. Ed è un trend che pare ormai consolidato, senza che ciò debba significare un effetto positivo immediato sulle famiglie che vogliano acquistare un immobile. L'FMI (il Fondo Monetario Internazionale), in particolare, ha stimato un taglio dei prezzi delle case del 15% nei prossimi anni. Stime che trovano conferma nelle analisi delle principali agenzie di intermediazione immobiliare italiane. Si prevede, così, che la minore disponibilità di denaro e il difficile momento finanziario globale avranno quindi effetti di contrazione dei prezzi, ma anche un calo delle compravendite. Il che non è positivo per nessuno: né per la domanda, né tanto meno per l'offerta. Per cui l'effetto domino potrebbe essere quello che da questo calo dei prezzi nessuna ne colga i benefici. I mutui, oltretutto, sono sempre più cari, e in Italia si compreno sempre meno case. "Il calo dei prezzi delle case è legato alla minore disponibilità di spesa. Una ripresa del mercato, se tutto va bene, ci sarà dal 2011. Con il taglio dei tassi migliorano comunque anche le prospettive del settore". Fanno sapere da Gabetti, mentre da Tecnocasa precisano che "si sta andando verso una progressiva normalizzazione di un mercato che da anni è sempre cresciuto" ed "é la prima volta che succede che tutte le grandi metropoli chiudano il semestre con una contrazione delle quotazioni".
L'Unione Europea ha pubblicato una nuova “Guida pratica alle opportunità di finanziamento dell'UE per la ricerca e l'innovazione”. Innanzitutto vediamo di cosa si tratta. Il sostegno finanziario dell'UE alla la ricerca, lo sviluppo tecnologico e l'innovazione (RSTI) è fornito soprattutto attraverso i programma quadro per la ricerca, il programma per la competitività e l'innovazione e attraverso i fondi strutturali si legge dal sito Cordis, “uno spazio informativo in materia di Ricerca e Sviluppo (R&S) e per l'utilizzo dei risultati R&S europei”. Nel complesso campo dei finanziamenti dell'UE, questa guida intende aiutare le parti interessate a trovare il giusto programma di finanziamento per i propri progetti, in maniera più facile e soprattutto comprensibile. La guida fornisce, tra le altre cose, la descrizione di tutti i programmi, tra cui il Settimo programma quadro (7°PQ), dei Fondi strutturali (Fondo europeo di sviluppo regionale e Fondo sociale europeo), il Programma quadro per l'innovazione e la competitività (CIP), del Fondo di coesione, spiegandone strutturazione, budget, regole e titoli di partecipazione (cioè chi può parteciparvi e come farlo). La Commissione Europea, in particolare, ha fatto notare come le diverse fonti di finanziamento possano essere valorizzati combinandoli insieme, come già di per sé idonei ed efficaci strumenti di sostegno alla ricerca, allo sviluppo tecnologico e all'innovazione (RTSI): “Al centro della realizzazione degli obiettivi dell'Agenda di Lisbona c'è il bisogno di promuovere l'economia della conoscenza, in particolare attraverso la ricerca, lo sviluppo tecnologico e l'innovazione (RSTI)” ha poi spiegato la Commissione, ribadendo che i tre strumenti di finanziamento sono il giusto mezzo per riuscirci.
Ma non solo descrizione dei finanziamenti naturalmente, perché già ci pensava la guida dei progetti vera e propria. Questa si tratta di un ulteriore chiarificazione su come sviluppare idee e progetti, come individuare i finanziamenti e trasferirli presso le proprie sedi e così via. Per ogni informazione, è naturale, bisogna collegarsi al sito Cordis. Per partecipare al finanziamento di progetti innovativi, quindi, non si può non far riferimento all'innovazione economica della rete.
Per assicurarsi un futuro e una vecchiaia dignitosa, è in aumento fra i giovani e le donne, l’adesione ai fondi d’investimento per la pensione, chiamati anche “secondo pilastro della previdenza” e destinati a fornire ai lavoratori una pensione aggiuntiva a quella della previdenza statale, che non si ritiene adeguatamente sufficiente per garantirsi un po’ di serenità. Chi la sceglie, poi, gode di particolari benefici fiscali. I dati forniti dalla Camera e dal Ministro del Lavoro Damiano parlano chiaro: questo settore alla fine del 2007 ha visto un incremento del numero d’iscritti superiore ai 4,5 milioni, con un aumento pari al 43% rispetto a fine 2006, quando a aderire a questi fondi era il 31% di lavoratori. Aumentano soprattutto le adesioni dei lavoratori dipendenti del settore privato, che superano i 3 milioni di soggetti, ma anche dei fondi pensioni aperti, riscoperti dagli stessi soggetti. L’incremento delle adesioni si può imputare anche alla massiccia campagna informativa sostenuta dal Governo in merito al Tfr (trattato fine rapporto), tanto che solo un 2% di lavoratori non ha espresso preferenze in merito e per loro varrà quindi la regola del “silenzio assenso” che destinerà la liquidazione al fondo pensione di categoria. In totale, la quota investita dai lavoratori per il loro futuro supera i 57 miliardi di euro. Elevata è quindi la partecipazione riscontrata nei fondi aziendali e di gruppo, soprattutto da parte di donne e giovani che stanno ripensando al proprio bisogno previdenziale, dati i tempi sempre più incerti. Nei fondi di categoria la partecipazione sembra più bassa della media, con l’eccezione di alcuni settori industriali di imprese di dimensioni maggiori. Inferiori anche al 10%, sono i tassi d’adesione in alcuni fondi del settore terziario a causa della troppa frammentazione della struttura produttiva. Fondamentale sarà aumentare la flessibilità del sistema a partire dai vari tipi di risparmio che converge nei fondi, e di una regolamentazione degli investimenti che guardi a una maggiore prudenza gestionale. Altrettanto importante sarà poi non intervenire sul favorevole regime fiscale stabilito per il settore dal nuovo ordinamento. Si potrà garantire così una buona tenuta del sistema della previdenza complementare anche in periodi di crisi finanziarie. La situazione può ovviamente essere migliorata. intanto, il fattore di maggiore inteersse è la suddivisione in fasce d'età per valutare le adesioni.
Ogni giorno è un nuovo bollettino di guerra, tra aumenti della benzina, del cibo, delle tasse. In molti non si sentono più in grado di spendere i loro soldi in beni superflui, o in divertimenti. Le famiglie italiane, sempre più indebitate, e cercano di risparmiare quanto più possibile. Va così che si preferisce investire il denaro per esempio in titoli statali, in assicurazioni, in azioni.
La diffusione delle attività finanziarie è legata alle caratteristiche familiari e, in primo luogo, a quelle economiche; gli strumenti finanziari sono, infatti, più utilizzati da chi ha un reddito e un titolo di studio maggiori. Fanno eccezione i depositi postali, che, sebbene in misura inferiore rispetto al passato, hanno una diffusione maggiore nel Sud e Isole, tra le famiglie con capofamiglia pensionato o dipendente, e una diffusione in calo al crescere del livello d’istruzione del capofamiglia, in virtù anche di consolidate abitudini. In particolare, il 75% delle famiglie residenti al Sud possiede almeno un deposito, contro circa il 93% nel Centro e il 97% nel Settentrione. Nel Nord la percentuale di chi ha investimenti e depositi è di sei volte superiore rispetto a quella di Sud e Isole. Il numero di famiglie che possiede certificati di deposito o titoli di stato registra infatti una lieve crescita, pari a circa l’1%. I titoli più rischiosi, in particolare, sono le azioni che diminuiscono parimenti dell’1% e i titoli di gestioni patrimoniali o titoli esteri che subiscono un calo dello 0,4%.
La percentuale di famiglie che ha obbligazioni o fondi comuni d’investimento cresce dello 0,2%. Nel 2006, spiega Palazzo Koch – sede di Bankitalia - l’89,2% delle famiglie possedeva un deposito bancario o postale, l’8,5% titoli di Stato, il 12,1% obbligazioni e quote di fondi comuni e il 6,2% azioni e partecipazioni italiane. I buoni postali fruttiferi sono meno diffusi: solo il 5,9% li possiede.
Solo l’1,4% li affida alle gestioni patrimoniali: in molti sono si fidano di questo investimento. lo 0,7% investe in titoli esteri, ma è un dato da verificare e che è attualmente in aumento, data la possibilità di ricevere agevolazioni fiscali –presso i Paesi in cui si deposita - se i capitali sono depositati in conti esteri.
Complici condizioni economiche più favorevoli, i nostri soldi volano all’estero. Tra l’altro i patrimoni all’estero non sono vincolati alle leggi italiane, quindi per il nostro fisco sono quasi o del tutto inesistenti. Molti finanzieri, politici, economisti, o comunque chiunque abbia grossi capitali da difendere, si rivolge alle banche svizzere, alle tesorerie di Mantecarlo o alle famigerate isole Cayman. Questi piccoli paradisi fiscali stanno diventando sempre più meta di pellegrinaggi finanziari, con i nomi dei titolari dei conti che rimandano alla nostra penisola. Infatti, in attesa delle ultime stime previste per la fine di questo mese, i dati in possesso e diffusi da Assogestioni parlano di ben 53 miliardi che hanno preso il volo per fondi di investimento all’estero e che le previsioni dicono siano aumentati di quasi 3o miliardi. Il capitale totale di risparmio investito nei fondi nazionali quindi è calato del 5,8%, attestandosi così a 570 miliardi di euro. I fondi di investimento italiani non soddisfano le esigenze degli investitori, che aumentano solo il loro deficit, ormai arrivato a quota 5,6 miliardi. Sono soprattutto i fondi azionari e le obbligazioni a chiudere le preferenze degli investitori: i fondi azionari hanno subito un calo del loro patrimonio da 154 a 134,9 miliardi di euro, con una flessione per oltre 23,6 miliardi di euro. Le obbligazioni vanno ancor peggio: sono infatti passate da 247 miliardi a poco più di 204. Un passo avanti invece lo fanno le assicurazioni e i titoli flessibili. nonostante il deflusso di 722 milioni di dicembre, hanno registrato un aumento di 10,5 miliardi di raccolta ed un patrimonio in crescita a 66,8 miliardi. In seconda posizione i prodotti di liquidità, con una raccolta positiva per 7,6 miliardi.
Negli ultimi anni il mondo della finanza è letteralmente impazzito per l'arte contemporanea: gli uffici e le case di banker, money manager ed hedge fund manager nella City traboccano di opere di Jeef Koons, Damien Hirst, Tracy Emin, Cindy Sherman, Andy Warhol (nella foto in home page, "Liz" (1963) battuta all'asta di Christie's, New York, il 13 novembre per 23.561.000 $) e tanti altri.
Ma l'effetto più curioso di tale amore e cercare di trasformare l'arte in business. Molti di loro, probabilmente, sono riusciti a comprare e rivendere opere di artisti - probabilmente per un cambio di gusto e di moda - che in breve tempo si sono rivalutate, ottenendo discreti capital gain.
Perché allora non provare a inserire una quota di arte nei fondi per diversificare il portafoglio?
Da un paio di anni se ne parla, ma ora c'è chi ha cominciato a raccogliere capitali da investire in arte: questi fondi sono chiusi, private o hedge. Sono sottoscritti su richiesta dell'investitore e spesso dislocati in paesi off shore. Nella maggior parte dei casi non sono vigilati, né dalla Fsa o né da altre autorità, ad eccezione in Italia del fondo Pinacotheca di Vegagest autorizzato da Banca d'Italia, sebbene il regolamento sia in fase di modifica per allargare le maglie operative.
I benchmark di riferimento sono indici come il Mei Moses, Artnet, Artmarket Research e Artprice.
E i costi somigliano a quelli degli hedge fund: 2-5% fee d'ingresso più 2-3% commissione di gestione e un bel 20% di fee di performance. Oggi le tipologie di fondi in circolazione sono due: long term (10 anni) con lock up di 3/5 anni e diversificazione su tutto il periodo della storia dell'arte, e gli speculativi, spesso lanciati da hedge fund manager, a breve (5 anni) che puntano sul contemporaneo, dove è più facile fare trading. Andy Warhol, ad esempio, è ritenuto moneta sonante scambiabile con gran facilità, così come Roy Lichtenstein e Keith Haring, per non parlare degli artisti cinesi e indiani emergenti.
Il vero nodo di questi fondi è il rischio del conflitto d'interesse. Difficile inserire nei board consiglieri indipendenti: spesso vi siedono dealer, operatori di case d'asta, galleristi e advisor, che nella gran parte dei casi fanno il mercato. Come gestiranno il fondo, suggeriranno opere e artisti lontani dai loro interessi? Per esempio, talvolta, la rivalutazione degli artisti risulta "aiutata" da mostre temporanee o gifts ai musei di collezionisti, da dealer ben introdotti o da stime riguardevoli fatte in asta.
Comprare in galleria – o addirittura dall'artista e dai privati (seguendo la regola delle 3 d: decessi debiti e divorzi) – e vendere in asta e fare arbitraggi sui mercati più liquidi sono le regole auree di questi nuovi fondi. Ma tagliare la catena degli intermediari potrà bastare a rendere il mercato dell'arte efficiente e profittevole? E vero, del resto, che proprio sui mercati inefficienti si possono ottenere performance a doppia cifra, lo sanno bene gli hedge manager. Ma oggi il rischio più grande è quello di entrare in un mercato già in forte rialzo. E se questi fondi da una parte ampliano la base degli investitori rendendo il mercato dell'arte più liquido, dall'altra lo correlano molto più fortemente alle Borse, mentre l'arte sino a oggi è stata considerata un bene rifugio.
Infine, non esiste un track record per questi strumenti e i precedenti storici non sono da emulare: solo il British Railways Pension Fund registrò rendimenti positivi con +13,1% annuale, gli altri lasciarono gli investitori con il cerino in mano.
Al momento l'unico ad essere veramente partito con la raccolta e la gestione è Philip Hoffman, che con il Fine Art Management Services Ltd ha un patrimonio under management complessivo di 60/70 milioni di $. Il primo fondo operativo che ha chiuso la raccolta è il Fine Art Fund I di durata decennale e un lock up di tre anni con un investimento minimo 250.000$. Ha circa una ventina di sottoscrittori, tra persone fisiche e fondi pensione, banche, e imprese: a giugno di ogni anno viene valutato il Nav del fondo attraverso una perizia incrociata di Christie's, Sotheby's e un advisor indipendente. Il 30 giugno 2007 l'Irr (Internal rate of return) del fondo era del 34% sul venduto e del 23,40% su tutto il portafoglio (14,33% giugno 2006). Le opere in portafoglio all'inizio erano 50/60, 25 sono state già vendute. Il portafoglio di artisti, entro il quale Hoffman si muove, è formato dal 5% del top del mercato ed è così composto: 30/35% Old masters, 10/20% Impressionisti, 15/20% Moderna, 30/40% Post-war fino al 1985 e, infine, 5/10% Very contemporary. Sono in fase di raccolta il Fine Art Fund I (10 anni) e il China Art Fine Fund (5 anni e investimento minimo 100.000$), mentre sono ai nastri di partenza l'India e il Middle Eastern Fine Art Fund.
Fonte: ilSole24ore