L'inflazione è cronaca di tutti i giorni e naturalmente anche nell'ultima rilevazione Istat, che si riferisce al mese di gennaio, rileva l'aumento dei prezzi al consumo del 2,9% rispetto allo stesso periodo di un anno fa: tra i dati più alti dal 2001.
A rendere la notizia più amara è la notizia che ad aumentare in modo esponenziale sono soprattutto i prodotti ad “alta frequenza di acquisto”, ovvero quelli che acquistiamo praticamente tutti i giorni, come alimentari, tabacchi, carburanti, spese al bar: il loro aumento è addirittura del 4,8%, il più alto degli ultimi 11 anni.
Questi prodotti, in cui rientrano anche beni non durevoli per la casa, trasporti urbani, giornali e periodici, servizi per la ristorazione, spese di assistenza, rappresentano ben il 39% dei prodotti che fanno parte del paniere su cui l'Istituto di Statistica calcola l'inflazione, ovvero il rincaro medio dei beni e serivizi di largo consumo. Un insieme di prodotti che ha registrato, con l'ingresso dell'euro, aumenti ben maggiori rispetto agli altri.
I dati sono ancora più allarmanti se si li analizza nel dettagglio. Tra questi prodotti di acquisto quotidiano, infatti, aumentano sopratutto quelli di primissima necessità, quindi quelli alimentari quali il pane e la pasta: rispettivamente il 12,3 e il 10%. Ma anche i latticini, uova, pollame e carne in genere, con rincari che oscillano tra il 6 e il 9%.
Una nota a parte meritano i carburanti, aumentati di oltre il 4%, e con il gasolio che segna un nuov record toccando quota di 1,33 euro, sempre più vicino alla benzina “verde” che comunque ha superato gli 1,4 euro.
A tenere a 2,9 l'inflazione per l'intera collettività ci pensano i prodotti a bassa e a media frequenza, con aumenti rispettivamenti dell'1,7 e dell'1,8%, che presi insieme rappresentano poco più della metà degli aumenti dei prodotti di consumo quotidiano. Tra i prodotti a bassa e media frequenza: abbigliamento, spese mediche, trasporti, libir, elettrodomestici, mezzi di trasporto, ecc.
Intanto i sincadati insorgono, chiedendo urgenti misure che intervengano sui salari e il potere d'acquisto. Mentre le associazioni dei consumatori giudicano allarmante i dati, ma comunque ancora sottostimati.