Un esercito di 70mila lavoratori che sgomitano per andare in pensione, dopo anni di lavoro e sacrifici, sfruttando le nuove norme d’accesso ai trattamenti d’anzianità che inizierà dal prossimo aprile. Finora sono 90mila le domande esaminate dall’Inps dall’inizio dell’anno. L’Inps, nel bilancio preventivo per il 2008, aveva conteggiato circa 162mila prestazioni d’anzianità da liquidare nell'intero arco entro aprile 2009. Una vera invasione di allegri pensionati, sembrerebbe; è presto però per dirlo: la stima dell’Inps era stata realizzata senza considerare le modifiche legislative recentemente approvate (per esempio l’eliminazione dello “scalone” previsto dalla legge Maroni, le quote e gli “scalini” introdotti dalla legge sul Welfare). I nuovi pensionati effettuano scelgono il ritiro non solo per interessi personali, ma anche perché influenzati dalle modifiche legislative o dalle campagne di stampa. Il fenomeno dei trattamenti d’anzianità sono un fenomeno localizzato soprattutto al Centro-nord. L’analisi dell’Inps dei pensionamenti del periodo 2001-2006 ha individuato come, ad andare in pensione appena raggiunti i requisiti minimi siano stati in media l’84% dei dipendenti, contro il 72% degli autonomi. Chi sceglie di posticipare l’uscita dal mondo del lavoro sale dal 12,7% al 26,8% in coincidenza col “superbonus” della legge Maroni o probabilmente per le condizioni di vita che non consentono il più delle volte ai pensionati una vita dignitosa, anzi in continua lotta per arrivare almeno a pagare le bollette. Aumenta, infatti, il numero di coltivatori diretti, artigiani o commercianti che posticipano l’uscita dal mondo del lavoro, partita dal 15,7% e giunta persino al 34%. Aumento che l’Inps giustifica con le modifiche che riguardano il “cumulo”. La Finanziaria 2003, infatti, aveva definito cumulabili con i redditi da lavoro autonomo o dipendente le pensioni d’anzianità liquidate con contributi versati per un periodo pari o superiore a 37 anni di versamenti e con 58 anni almeno d’età. Il cumulo potrebbe essere invece rivisto per frenare la tendenza al prepensionamento e anzi favorire l’emersione del lavoro nero. Proprio il lavoro nero riguarderebbe almeno il 30% di lavoratori che all’Inps risultano già in pensione.